In Breve
- Qual è l'impatto dell'Ets sul settore chimico?
- L'Ets potrebbe aumentare i costi per il settore chimico da 600 milioni a 1,5 miliardi di euro, erodendo gli investimenti.
- Quali sono le principali preoccupazioni delle aziende chimiche?
- Le aziende temono di dover ridurre gli investimenti o delocalizzare a causa dell'aumento dei costi e della concorrenza estera.
- Come sta cambiando la produzione chimica in Italia?
- La produzione chimica in Italia è già diminuita del 13% rispetto al 2021 e si prevede una contrazione ulteriore nel 2026.
Il settore chimico si trova ad affrontare una sfida cruciale con l’aumento previsto del costo dell’Emissions Trading System (Ets), che potrebbe passare dagli attuali 600 milioni di euro a ben 1,5 miliardi all’anno. Questo incremento rappresenta una significativa sottrazione di risorse destinate agli investimenti, sollevando preoccupazioni tra le imprese del settore.
Accanto all’Ets, il Carbon Border Adjustment Mechanism (Cbam) si applica principalmente a materie prime e semilavorati ad alta intensità di carbonio, ma non è ancora stato implementato in modo generalizzato per i prodotti finiti. La complessità di questi meccanismi e i dubbi sulla loro efficacia sono ulteriori fattori di incertezza per le aziende chimiche.
Francesco Buzzella, presidente di Federchimica, ha evidenziato le asimmetrie regolatorie, energetiche e fiscali che le imprese italiane devono affrontare rispetto ai loro concorrenti. Ha delineato tre pilastri critici per affrontare questa situazione: la revisione dell’Ets, una politica energetica che garantisca sicurezza e diversificazione, e una strategia industriale mirata alla decarbonizzazione.
Attualmente, il costo dell’Ets per il settore chimico è equivalente all’intera spesa in ricerca e sviluppo, e un aumento dei costi potrebbe costringere le aziende a ridurre gli investimenti o addirittura a delocalizzare la produzione. Uno studio commissionato a Roland Berger per Cefic ha rivelato che tra il 2022 e il 2025, la chiusura di impianti ha portato a una riduzione del 9% della produzione europea, con un calo del 90% degli investimenti nel comparto.
Un’indagine condotta su 100 aziende associate ha mostrato che il 27% intende ridurre gli investimenti, mentre il 31% prevede di non apportare variazioni significative. Solo il 23% delle aziende prevede un aumento degli investimenti, con priorità orientate verso digitalizzazione, efficienza operativa e ricerca.
In Italia, il settore chimico ha già registrato una perdita del 13% della produzione rispetto al 2021, e la capacità produttiva è diminuita drasticamente, con chiusure che hanno comportato una riduzione di 37 milioni di tonnellate, pari al 9% della capacità produttiva europea. Le previsioni indicano una contrazione della produzione chimica italiana nel 2026, seguita da un lieve recupero nel 2027.
Le aziende segnalano diversi rischi, con il 51% che indica la crescente concorrenza cinese, il 43% i conflitti in Ucraina e Medio Oriente, e il 42% gli oneri delle politiche europee su sicurezza, salute e ambiente. Inoltre, il 30% delle imprese evidenzia penalizzazioni legate al sistema Italia, come le inefficienze della pubblica amministrazione e il sistema giudiziario.
Dal punto di vista energetico, le aziende italiane si trovano in una posizione svantaggiata, con i prezzi del gas in Europa che risultano circa 3,3 volte superiori a quelli statunitensi. A questo si aggiunge l’aumento dei costi energetici, che incide sia sull’approvvigionamento che sugli oneri legati alla decarbonizzazione.
Nonostante la necessità di una transizione verso un’industria decarbonizzata, le imprese chiedono strumenti che incentivino gli investimenti e una revisione dei meccanismi come l’Ets. È fondamentale proteggere le filiere industriali per evitare la perdita di capacità produttiva e occupazione. Le aziende chimiche hanno già fatto progressi significativi, riducendo le emissioni di gas serra del 70% dal 1990, ma avvertono che costi e oneri eccessivi potrebbero compromettere la loro competitività e sopravvivenza.
