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  • Il paradosso dell’energia nucleare in Italia: vogliamo il nucleare, ma non nel nostro giardino

    Il paradosso dell’energia nucleare in Italia: vogliamo il nucleare, ma non nel nostro giardino

    Immaginate un futuro in cui le bollette della luce sono azzerate, con migliaia di posti di lavoro altamente qualificati a pochi passi da casa e scuole e parchi pubblici nuovi finanziati da royalties. Sembra un sogno per qualsiasi sindaco d’Italia. Ma per realizzarlo, è necessario accettare la costruzione di una centrale nucleare di ultima generazione a pochi chilometri di distanza. Accettereste?

    La risposta della maggioranza degli italiani è un secco e quasi plebiscitario “no”. Il dibattito sul ritorno all’energia nucleare in Italia è infuocato da passioni politiche e considerazioni tecniche, ma si scontra con un muro invisibile: la sindrome NIMBY (Not In My Back Yard, non nel mio cortile). Gli italiani sembrano pronti a discutere dell’energia nucleare per il bene del Paese, purché i reattori non sorgano nel loro comune.

    L’identikit del rifiuto: la mappa delle distanze

    Recenti ricerche demoscopiche, tra cui sondaggi condotti da Ipsos, mostrano una netta spaccatura tra il consenso teorico e la realtà geografica. Se l’idea di includere il nucleare nel mix energetico nazionale per ridurre le emissioni di CO2 guadagna un timido consenso, il supporto crolla quando si parla di localizzazione. Ben il 91% dei cittadini rifiuta categoricamente l’idea di avere un reattore vicino a casa. Un 39% non vorrebbe alcuna centrale nucleare sul suolo nazionale, indipendentemente dalla distanza. Per molti, la sicurezza è una questione di chilometri: il 29% si sentirebbe tranquillo solo se l’impianto fosse posizionato ad almeno 100 chilometri, mentre il 23% accetterebbe una distanza di 50 chilometri. Solo un 9% non ha problemi a convivere con l’atomo a breve distanza.

    Il prezzo del consenso: a quali condizioni si dice di sì?

    Esiste un modo per superare questo stallo e convincere una comunità locale a ospitare una centrale nucleare? La sociologia ambientale e l’economia dell’energia suggeriscono di sì, ma il prezzo è alto. Analizzando modelli esteri, come quelli di Francia e Stati Uniti, emergono quattro condizioni chiave per trasformare i “no” in “forse”.

    1. La “bolletta zero” e il tesoretto comunale
      Le comunità locali tendono ad abbassare le difese se i benefici economici sono immediati. Sconti drastici sui costi dell’energia e trasferimenti di denaro nelle casse comunali possono tradursi in servizi pubblici eccellenti.
    2. Lo scudo contro la crisi occupazionale
      Una centrale nucleare richiede anni di costruzione e centinaia di tecnici e ingegneri. Nelle aree colpite da disoccupazione, la promessa di posti di lavoro stabili e ben remunerati diventa un argomento difficile da rifiutare.
    3. Trasparenza totale e diritto di veto
      Il consenso aumenta se i cittadini vengono coinvolti fin dalle prime fasi del progetto, con diritti di espressione tramite referendum locali e comitati di controllo composti da scienziati e residenti.
    4. L’effetto abitudine
      Chi vive vicino a centrali esistenti tende a essere più favorevole alla costruzione di nuovi reattori, poiché l’assenza di incidenti nel corso degli anni riduce l’ansia dell’ignoto.

    La sfida del futuro

    Con la politica che discute di transizione ecologica e indipendenza energetica, la vera sfida per i sostenitori del nucleare sarà trovare un luogo in Italia dove i cittadini siano disposti a dire: “Sì, costruitela pure qui”. Una sfida che non si vince con decreti legge, ma con la fiducia, la valuta più rara del mercato moderno.

  • #RigeneraBoschi: La Ricerca di Sorgenia Conferma il Legame degli Italiani con le Foreste

    #RigeneraBoschi: La Ricerca di Sorgenia Conferma il Legame degli Italiani con le Foreste

    L’indagine nazionale sul rapporto degli italiani con le foreste, condotta nell’ambito del progetto #RigeneraBoschi da Sorgenia e pubblicata in open access sulla rivista iForest Biogeosciences and Forestry, ha ricevuto una validazione scientifica internazionale. Questo studio, realizzato dall’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, rappresenta un importante contributo alla letteratura forestale e diventa una risorsa fondamentale per ricercatori, istituzioni e decisori pubblici.

    Presentati a Roma il 17 ottobre 2025, i risultati dell’indagine offrono una nuova prospettiva sul legame emotivo e psicologico che gli italiani hanno con il loro patrimonio naturale. I boschi, infatti, sono sempre più riconosciuti non solo per il loro valore ecologico, ma anche per il benessere sociale e culturale che offrono, specialmente nel contesto post-pandemia.

    La ricerca ha coinvolto oltre 2.200 partecipanti e ha avuto la supervisione scientifica del professor Giovanni Sanesi, docente del Dipartimento di Scienze del Suolo, della Pianta e degli Alimenti dell’Università di Bari Aldo Moro. Tra i membri del team di ricerca figurano esperti di diverse università e organizzazioni, tra cui Antonio Brunori di PEFC Italia e Giuseppe Carrus dell’Università degli Studi Roma Tre.

    Secondo Giovanni Sanesi, i risultati dello studio rappresentano un passo importante nella letteratura forestale internazionale. La pubblicazione ha verificato la robustezza del campione e il disegno dello studio, aprendo la strada a confronti e comparazioni internazionali in un campo di ricerca innovativo.

    Un aspetto significativo emerso dallo studio è che il beneficio derivante dal contatto con la natura non si misura più solo in termini di frequenza delle visite, ma anche nella qualità dell’esperienza emotiva vissuta. I ricercatori hanno identificato un crescente “bisogno attivo di natura”, evidenziando come questo fenomeno coinvolga in particolare le donne, che mostrano livelli di benessere e connessione con l’ambiente forestale superiori alla media.

    Tuttavia, il rinnovato amore per il verde si scontra con alcune distorsioni percettive. Sebbene il 94,6% degli italiani riconosca le foreste come alleate contro la crisi climatica, molti sovrastimano la reale copertura boschiva del paese. Inoltre, la sensibilità verso le minacce ambientali rimane alta, con incendi boschivi e abbandono di rifiuti percepiti come le principali problematiche, soprattutto nel Sud e nelle Isole.

    Il legame corporeo e rituale con il bosco è testimoniato da pratiche come l’abbraccio degli alberi, adottato da quasi la metà degli intervistati. Questo comportamento suggerisce un desiderio di contatto reale con la natura, che va oltre la semplice fruizione turistica. Oggi, il pubblico cerca non solo svago, ma anche conoscenza su temi complessi come biodiversità e gestione forestale, preferendo fonti scientifiche a quelle dei social media.

    L’iniziativa #RigeneraBoschi continua sotto la direzione scientifica del professor Giorgio Vacchiano dell’Università degli Studi di Milano. Attualmente, lo studio si svolge in cinque boschi selezionati in collaborazione con PEFC Italia, situati in sei regioni italiane: Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Calabria e Basilicata.

    In questi boschi sono stati installati 36 Tree Talker, dispositivi IoT che monitorano i parametri vitali degli alberi. Questi strumenti, applicati ai tronchi, misurano variabili come accrescimento del diametro e attività fotosintetica, fornendo dati essenziali per la gestione sostenibile delle foreste.

    Nei prossimi mesi, il progetto prevede il ritorno delle attività di educazione ambientale nelle scuole italiane e l’espansione del proprio perimetro di studio con l’inserimento di nuove regioni del Centro Sud.